n°5 Maggio 2005 - ARTICOLI
 
SILVANA: RISERVA DI FELICITÀ

La storia di Silvana Morelli è veramente una «gran bella notizia». Inizia a Genova, quando aveva vent’anni e stava per sposarsi con tutte le attese e le speranze delle giovani donne che sognano un futuro sereno accanto all’uomo con il quale hanno scelto di affrontare la vita e di costruire una famiglia, arricchita dai figli. Ma poi…

di Mariapia Bonanate

È il suo sorriso ad accoglierti. Un sorriso luminoso ed avvolgente che arriva dalla sedia a rotelle dove Silvana Morelli da quarant’anni vive immobilizzata. Nel corpo, perché il suo cuore e la sua anima sono diventati messaggeri d’amore non solo in Italia, ma oltre i confini del nostro paese. E dove sono arrivati hanno cambiato la vita delle persone, hanno regalato speranza e lenito ferite profonde.

Niente di miracoloso secondo le misure umane, stupendi miracoli interiori secondo quelle di Dio. D’altra parte miracolosa è tutta la storia di questa donna di sessantacinque anni che ha fatto della condizione d’invalida un altare sul quale celebrare ogni giorno l’Eucaristia della sua sofferenza, ma anche della sua gioia. Nel silenzio, anche se la sua presenza, immersa nel Cristo delle Beatitudini, la sua testimonianza su come sia possibile trasformare il dolore in letizia, stanno facendo «rumore».

Mentre scrivo queste parole mi pare di vedere Silvana che dissente con gli occhi, l’unica parte del suo corpo che ancora può esprimersi insieme alla voce e percepisco che reputa le mie parole esagerate. Ma le «buone notizie» vanno gridate al megafono. Nella caotica condizione esistenziale d’oggi ci aiutano a procedere con fiducia, a non arrenderci. E la storia di Silvana Morelli è veramente una gran «bella notizia».
 


Inizia quando aveva vent’anni – è nata a Genova nel 1940 – e stava per sposarsi con tutte le attese e le speranze delle giovani donne che sognano un futuro sereno accanto all’uomo con il quale hanno scelto di affrontare la vita e di costruire una famiglia, arricchita dai figli. Era molto innamorata del suo ragazzo che faceva l’elettricista e con il quale aveva una profonda intesa umana e spirituale. L’abito bianco era già pronto come gli inviti per le nozze, rimanevano soltanto più gli ultimi preparativi.

Incomincia dal mignolo

Silvana aveva un carattere allegro e vivace, arguto, anche oggi affiora spesso nei suoi discorsi, come quando si presenta, ridendo: «Sono una che da quarant’anni è in servizio sedentario». Le piacevano i balli a palchetto, aveva poca voglia di studiare ed era andata a lavorare, prima come sarta e poi come commessa in un negozio d’antiquario. La data stabilita per il matrimonio era il 6 giugno. Due settimane prima, il 24 maggio, accadde un fatto che subito parve trascurabile e che invece avrebbe diviso la sua vita fra il prima e il dopo.
Lo rievoca lei stessa con il distacco che il tempo favorisce, ma dietro alle parole traspare un certo struggimento. «Il mignolo della mano destra incominciò a pizzicarmi in modo fastidioso. Avevo una cugina medico che si mise a scherzare: “Sei così pazza di gioia e di felicità che il sangue ti ha dato alla testa.” Ma poi preoccupata, anche in previsione della mia nuova vita matrimoniale, mi suggerì per prudenza di farmi visitare da un medico. L’accontentai, il mio fidanzato mi accompagnò da un neurologo per quella che doveva essere una visita di routine. Il medico si fece buio in viso e poi, senza mezzi termini, mi disse: “Cara signorina qui c’è l’inizio di una malattia incurabile peggiorativa che la immobilizzerà. Non potrà mai avere figli, anche se morirà di vecchiaia. Non inganni il ragazzo che l’aspetta là fuori, glielo dica”. Lo guardai come se fosse un alieno. “Costui è pazzo!” pensai. Uscii dalla visita come in un sogno. Dopo sei giorni la mano destra era persa».
Le nozze furono sospese. Il fidanzato le rimase accanto, ma lei insistette perché si riprendesse la sua libertà: la sclerosi a placche progrediva e le previsioni del neurologo si stavano rivelando esatte. Silvana si chiuse in casa, non volle più vedere nessuno. Si vergognava di presentarsi con le menomazioni che devastano il suo corpo e le procuravano dolori lancinanti, la costringevano lunghe ore a letto.
Tutto sarebbe precipitato nel buio se non ci fosse stata sua madre Ada, colei che l’aveva allevata con quella saggezza popolare e quella fiducia in Dio che non si arrende dinanzi agli ostacoli, si consolida attraverso tante porte strette e difficoltà, accettate con cristiano coraggio, ma anche con quella speranza che è una dote delle donne che danno la vita e continuano a darla idealmente durante tutta l’esistenza.
Fu lei a decidere che anche una diagnosi così negativa poteva essere combattuta. Non accettò di chiudersi in casa con la figlia. Iniziò quella terapia dell’amore che è sempre efficace. La prendeva in braccio come quando era bambina, l’avvolgeva in lenzuola profumate di lavanda, l’accarezzava e la massaggiava. Cercava di farla nascere una seconda volta. E Silvana rinacque ad una nuova vita.
Prima della malattia era stata assunta ai telefoni di Stato ed aveva continuato a mantenere il posto nella speranza che l’invalidità totale fosse ancora lontana.

Vivere la vita da vivi

Accadde il primo fatto meraviglioso di questa storia tutta meravigliosa a cominciare dalle parole con le quali Silvana mi ha accolta nel suo alloggio arioso a Sanpierdarena, il quartiere periferico di Genova dove l’Ansaldo costruiva le sue navi: «Tutto è meraviglioso nella vita, niente è normale, valeva la pena di avere la sclerosi a placche. Madre Teresa diceva di essere la matita di Dio, io mi sento la matita copiativa del buon Gesù. Ogni mattina ricomincio a scrivere la mia vita e ad inventarla. Non so che cosa sia la noia, non finisco mai di stupirmi, di come tutto è grazia e felicità, se sappiamo ossigenarci con la speranza. L’importante è vivere la vita da vivi».

Il primo episodio eccezionale ebbe come protagoniste le colleghe di lavoro che l’amavano e l’ammiravano per il coraggio con il quale stava affrontando i tanti handicap. Le imprestarono le loro mani per rispondere alle chiamate del centralino telefonico e, quando doveva assentarsi perché sopraffatta da male, la sostituivano a turno nelle ore libere. Così potè rimanere al lavoro per trentadue anni, fino alla pensione.
Ma un giorno accadde un altro episodio importante. Ascoltiamo ancora Silvana: «Proposi ad una collega che mi aveva confidato le sue pene: io dico un’Ave Maria per te, tu dilla per me. Lo dissi senza troppo pensarci. Non che io, allora, fossi particolarmente religiosa. E invece Dio da quel momento entrò alla grande nella mia vita, si fece posto a gomitate, occupò tutti i miei pensieri. Cominciammo a dire il Rosario in ufficio, a pezzetti, eravamo tutte più serene ed allegre, pronte ad aiutarci ed a ascoltarci».

Fu l’inizio di una nuova stagione anche per Silvana. Quelle preghiere, ripetute insieme con le colleghe, scavarono nella sua anima una nicchia di unione e colloquio con Dio, stabilirono fra lei e l’Altissimo una consuetudine, un’intimità che trasformò le sue pene in un dono per gli altri. E quando andò in pensione – ormai completamente immobile, capace solo, ormai, di parlare e muovere gli occhi – riorganizzò la sua vita attorno alla preghiera.
Nelle interminabili ore trascorse senza poter compiere il più piccolo gesto, per non sempre chiamare qualcuno che le spostasse la ciocca di capelli finita sugli occhi, o le voltasse le pagine del libro che stava leggendo, riempì gli spazi bianchi delle giornate con tante Ave Maria per le persone che conosceva e venivano a depositare nel suo cuore la lunga lista dei loro problemi ed affanni, delle loro attese.

Un amico le aveva donato l’alloggio del quarto piano di un condominio dove arrivano gli umori del mare ed aveva creato una catena di solidarietà per aiutarla nelle tante necessità della sua malattia sempre più invalidante. Un amico che ancor oggi provvede insieme con altre persone perché nessuna cura le manchi.
Un giorno mamma Ada se ne andò, a settant’anni. Ma prima aveva realizzato un’opera meravigliosa che ha contribuito alla missione fra le genti (come altro si potrebbe definire?) di sua figlia. A cinquantotto anni aveva preso la patente per portarla la domenica a Messa ed a fare una passeggiata. Da allora, fino a quando è morta, è stata l’autista infaticabile di Silvana, chiamata sempre più spesso a portare la sua testimonianza.

La casa della gioia

Mentre aumentava il numero delle persone che da tutta Italia salivano nell’alloggio di Sanpierdarena, per confidarsi e per pregare insieme, per ricevere un parola di speranza, donne e uomini, religiosi, laici, teologi, sacerdoti (fra i tanti amici di Silvana c’è anche l’arcivescovo di Lagos, il cardinale Okogie), lei andava ad incontrare tante persone, gruppi parrocchiali e movimenti ecclesiali, gruppi di malati, comunità di preghiera, scout, sposi che si preparavano al matrimonio.
Per sei volte è stata testimone di nozze. Una di queste volte la sposa ha indossato l’abito che nel drammatico giugno dell’inizio della sua malattia non le era più servito ed era rimasto chiuso nell’armadio.
«Quel giorno soffrii molto e feci fatica a tenere il sorriso sulle labbra» confessa. Ma poi con l’arguzia che non l’abbandona mai, con una frase in genovese e un’altra in italiano, spiega una sua teoria: «Ai lati della bocca noi abbiamo due elastici che quando sono tesi ci permettono di sorridere, quando si allentano, le labbra scendono verso il basso ed assumiamo un’espressione di tristezza. Un luogo dove rimettono a posto questi elastici è Lourdes».


La cittadina ai piedi dei Pirenei è diventata il luogo dell’anima privilegiato da Silvana che vi è già andata una cinquantina di volte. Da ogni pellegrinaggio ritorna con la batteria dei sorrisi ricaricata, con una fede sempre più contagiosa.
E rivela il suo segreto: «Sto accanto ai bambini sani ed ammalati, ascolto le sofferenze dei loro genitori e le faccio mie. Cerco di trasmettere la forza che mia madre mi dava con i suoi abbracci che toglievano il respiro, con la sua tenerezza e serenità combattiva. Non l’ho mai vista piangere. Quando sono in preghiera davanti alla grotta con gli occhi chiusi e sprofondata in me stessa, vedo transitare nel mio pensiero tutti coloro che mi hanno affidato le loro pene e le loro speranze. A Lourdes ricarico le pile e mi ossigeno, porto via, come da Fatima, una riserva di felicità che mi permette di vivere con letizia gli altri 365 giorni in carrozzella».
I benefici di questa «immersione» mariana ricadono su tutti i suoi amici, vecchi e nuovi. Grazie a questa intimità con la Madre di Dio, la sua abitazione è diventata «la Casa della gioia». Così si chiamerà dopo la sua scomparsa, quando accoglierà persone handicappate. L’ha deciso con l’amico che l’ha donata.

Intanto lei continua nel suo servizio permanente verso gli altri, schermendosi e scherzandoci sopra: «Io non ho fatto niente per essere così. Non sono altro che una vecchia sveglia arrugginita su un mobile antico, ma quando il Signore mi dà la corda, divento un grillo parlante. Stiamo sempre insieme, Lui ed io, gli altri, uniti in quella comunione dei santi che è diventata la mia stanza dell’anima».
E nel momento del congedo, la donna in carrozzella con un sorriso ancora più luminoso, mi regala un’ultima dolcissima arguzia: «La mia vita è come quei biscotti della pubblicità che vengono immersi nella tazza della colazione, facendo traboccare il latte. Io sono talmente immersa nell’amore che l’amore esce fuori, si rovescia».
Grazie Silvana perchè esisti e anche per questa ultima quotidiana immagine che ci accompagnerà all’inizio di ogni giorno, quando spesso è difficile ricominciare a sperare e a sognare.

Mariapia Bonanate


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