n°5 Maggio 2006 - ARTICOLI
 

«VA' E RIPARA LA MIA CASA»

Sopra il portale dell’antica chiesa che ha ricostruito con le sue mani nel corso di 36 anni, posando pietra su pietra, ha scritto «Per crucem ad lucem». A tutti coloro che salgono da lui, su un altopiano circondato dai Sibillini, padre Pietro, il «muratore di Dio», addita la croce di Gesù come possibilità di dare luce alla vita.

di Mariapia Bonanate
Foto di Tonino Conti

Agli inizi c’è una di quelle famiglie contadine che con il duro lavoro, le rinunce, i sacrifici, la loro fede semplice e solida, hanno fatto la storia dell’Italia buona. In questa famiglia è nato padre Pietro, al secolo Armando Lavini, cappuccino marchigiano, conosciuto come «il muratore di Dio».
Il suo paese d’origine è Potenza Picena, cittadina del maceratese sulla dorsale dell’Appennino che degrada dolcemente verso l’Adriatico. Attorno località che hanno risonanze nazionali, Recanati, Loreto, Castelfidardo. Sullo sfondo il monte Conero.
Una natura che abbraccia e lascia un sentimento di dolcezza, «una vera cattedrale dell’infinito», come l’ha definita padre Pietro che ricorda gli anni della adolescenza con commozione e riconoscenza verso i genitori: «Essi cercarono di inculcare nei loro figli quei valori che sono alla base della vita di ogni uomo. “Figlio – mi sentivo ripetere dalla mamma quando ritornavo da scuola – se vuoi mangiare anche tu un pezzo di pane, bisogna che ti dia da fare”. E così ogni pomeriggio mi ritrovavo nel piccolo appezzamento di terra che avevamo fuori del paese, e lì con vanga e zappa anch’io rigiravo la terra».
Sono le premesse di una vicenda epica che ha visto il ragazzino marchigiano sognare, come il suo illustre conterraneo Leopardi, «di varcare un giorno» quei confini e che ha realizzato il suo sogno entrando in collegio a Fermo. Fu durante gli studi nel seminario dei cappuccini che avvenne il primo incontro con quella che sarebbe diventata la scommessa della sua vita di uomo di Dio.
«Durante una gita in montagna – racconta –, mentre ripercorrevo la via del ritorno, vidi in lontananza, arroccata su uno sperone, la chiesa di san Leonardo, una vecchia costruzione in rovina, circondata da un mare di verde. Sembrava un altare al centro di una maestosa cattedrale. La presenza di una chiesa e di un monastero in un luogo così impervio ed inaccessibile mi incuriosirono. Ma dovevano trascorrere alcuni anni prima che potessi visitare di nuovo quel luogo che tanto mi attraeva».

Accadde nel febbraio del 1965. L’allora giovane sacerdote potè finalmente raggiungere l’altopiano e rimase folgorato dallo scenario che si offrì ai suoi occhi: «Quando mi trovai dinanzi al pianoro in mezzo al quale troneggiava come un altare quella piccola parte di chiesa rimasta in piedi, ebbi la sensazione di trovarmi in un mondo completamente diverso da quello fino allora conosciuto, dove tutto era pace, serenità, armonia. Le numerose guglie che tutt’intorno si perdevano quasi inghiottite da un tenero azzurro, l’incanto dei boschi, la salubrità dell’aria e l’immensità del panorama mi ammaliarono talmente da scatenare in me una potente attrattiva».
Entrato in quella che era stata una chiesa, il cappuccino si trovò di fronte ad un ammasso di ruderi. Il vecchio soffitto era crollato, le pareti cadenti, l’altare completamente distrutto, il pavimento ricoperto da un buon metro di letame che emanava un fetore insopportabile. Un arco in stile romanico era tutto quello che ricordava l’esistenza di un monastero a fianco della chiesa. Attorno il silenzio impenetrabile di secoli di abbandono. Ma fu proprio quel silenzio a riempirsi di echi e di richiami, ad alimentare il sogno di una ricostruzione.
«Sentivo dentro di me – assicura padre Pietro – una forza inspiegabile che mi spingeva ad un’impresa umanamente impossibile, ad un miraggio lontano. Anche la mia condizione di sacerdote non mi permetteva di uscire fuori dagli schemi di vita che nel passato mi ero impegnato a seguire. Ma la fiducia, che è stata sempre una delle componenti della mia vita, mi spingeva a tentare».

SULLE ORME DI FRANCESCO

Fu a questo punto che padre Pietro scoprì di avere un complice, quel figlio di Pietro Bernardone che abbandonò la sua vita spensierata per dedicarsi alla costruzione della piccola chiesa di san Damiano: “Va’ e ripara la mia casa cadente”, gli aveva detto il Crocifisso. La stessa voce arcana sembrava che mi ripetesse il medesimo invito. Forse Dio aveva anche su di me un piano. Noi sappiamo che per attuare i suoi progetti di amore e di salvezza, normalmente si serve dell’uomo. La maggior difficoltà che l’uomo incontra nel rispondere alla sua chiamata credo che sia nel demolire le false sicurezze. Dio chiama ciascuno di noi per affidarci una missione. È sempre la sua provvida mano che guida la storia del mondo e che cerca di far felici i suoi figli, li segue e li accompagna con instancabile amore».
Con queste certezze padre Pietro si mise all’opera. Spesso si recava sull’altopiano per rimirare i resti dell’antica chiesa di San Leonardo e ne annotava su un foglio tutti i particolari, la struttura architettonica, lo stile degli archi, l’arte usata per porre le pietre, in modo che nulla si perdesse dell’antica costruzione. Ma quando parlava del suo sogno ad amici e confratelli, lo guardavano come se fosse stato colto da una ventata di follia.
Come si poteva pensare di ricostruire in quel luogo impervio, raggiungibile solo a piedi, risalendo la Gola dell’Infernaccio, una valle tutta orridi e burroni, che gli antichi avevano battezzato il Colubro, «gola scivolosa», quasi una ferita nella montagna, stretta e sottile, racchiusa fra due muraglie di calcare che lasciano a malapena filtrare lembi di cielo?
Le cronache storiche raccontano che lì i Benedettini avevano fondato nell’ottavo secolo un monastero dedicato a San Leonardo che, dopo essere passato nelle mani di diversi feudatari, era stato consegnato ai camaldolesi e poi lasciato andare in rovina.
«Io mi consolavo pensando che anche Dio, se non fosse stato spinto da una divina follia di amore per l’uomo, non avrebbe realizzato il suo piano di redenzione e di salvezza. Così, dopo anni di dubbi e progetti, non mi rimaneva che tentare. Tanto insistetti che i miei superiori mi diedero il permesso, a patto che acquistassi il terreno sul quale realizzare il mio sogno».

Una ricerca catastale rivelò che quel pezzo di montagna apparteneva a Elena e Leonardo Albertini, figli del senatore Luigi Albertini, coeditore e direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925. Niente è impossibile quando la Provvidenza percorre con noi le strade del mondo, in questo caso quelle di Roma, dove gli eredi Albertini vivevano e dove il cappuccino andò per incontrarli, accompagnato solo dalla sua fede e dalla certezza di lavorare per Dio. Non fu facile avvicinare la celebre famiglia circondata da inservienti in uniforme che ne difendevano la privacy. Ma alla fine un fortunato incontro con Tania Tolstoj, la moglie di Leonardo, appianò ogni cosa.
Ritornato a casa, padre Pietro ricevette dopo pochi giorni una lettera nella quale il figlio del famoso senatore non solo gli donava la chiesetta di san Leonardo con il terreno contiguo, ma a titolo di incoraggiamento e di contributo alle prime spese gli inviava da parte sua e della sorella 50.000 delle vecchie lire.
«In quel momento mi sembrò proprio di toccare il cielo con un dito. Contro ogni mia speranza, vedevo risolversi il problema più difficile: la proprietà dell’appezzamento di terreno».

NELLA GOLA Dell’INFERNACCIO

Il 24 maggio 1970 cominciò la grande avventura. Padre Pietro partì di buon mattino con la sua vecchia moto, «pieno di entusiasmo, ma anche di paura» di non riuscire nell’impresa. In tasca non aveva neppure una lira. Raggiunse Rubbiano, una delle numerose frazioni di Montefortino, ai piedi della Sibilla, lasciò la moto e proseguì per la mulattiera.
«Mi avviai verso la Gola dell’Infernaccio, spingendo a fatica una carriola sulla quale avevo caricato tutti i miei attrezzi di lavoro. Un piccone, una pala, un paletto. Completava il carico un pezzo di pane, avvolto in una busta: era tutto quello che avevo in quel momento. Comprendevo che mi stavo avviando verso una lotta sproporzionata alle mie forze; era come pretendere di dare la scalata al cielo, una vera follia. Facevo fatica a procedere, solo verso mezzogiorno riuscii a raggiungere il pianoro antistante la chiesa».
La fame gli attanagliava lo stomaco. Prese il tozzo di pane che aveva e si avviò verso l’unica sor-gente di acqua di quel luogo.
«Costruii una mensa con due grosse pietre: una doveva servirmi da tavolo e l’altra da sedile. Mentre mangiavo quel pane che bagnavo nell’acqua che mi scorreva accanto, mi sembrava di sentire un profumo particolare, un profumo che sapeva di amore, di bontà, di generosità. Quel tozzo di pane, quella mensa fatta con una grossa pietra, quel luogo silenzioso e ricco di richiami, la chiesa diroccata, mi facevano rivivere con intensità il primitivo ideale francescano».

In quel momento, agli inizi di quell’avventura, il frate sentì riecheggiare con intensità le parole del testamento di San Francesco: «Ed assai volentieri stavamo nelle chiese poverelle e abbandonate… ed io con le mie mani lavoravo e voglio lavorare e fermamente voglio che tutti i miei frati lavorino… non per la cupidità di ricevere il prezzo della fatica, ma per il buon esempio e di scacciare l’ozio… e quando non fosse dato a noi il prezzo della fatica, ricorriamo alla mensa del Signore».
Così dopo aver sognato per anni un’impresa che pareva impossibile, padre Pietro capì che anche le cose più folli possono realizzarsi quando si ha dalla propria parte Dio e san Francesco.
Incominciò a portare con una carriola pietre e ancora pietre prelevate dal fiume, poi sacchi di cemento, da 25 chili, poi 18 quintali di tubi: quattro anni e mezzo per trasportarseli e fare giungere l’acqua da una sorgente.
Ogni giorno «il muratore di Dio» si alzava all’alba, infilava un lungo grembiule azzurro e lavorava in totale solitudine fino a sera con quelle sue grandi e poderose mani che trasformano ogni gesto in preghiera: «Ero pronto ad affrontare sacrifici e difficoltà di ogni genere, dedicandomi all’inizio esclusivamente a mettere pietre su pietre, senza pensare che ben diversa era la mia missione. Le pietre materiali dovevano essere soltanto il simbolo di una ricostruzione spirituale».

«DALLA CROCE ALLA LUCE»

«Ogni giorno vedevo arrivare persone che mi confidavano i propri problemi, le situazioni più drammatiche, le proprie storie di sofferenza. Spesso nell’ora di pranzo mi ritrovavo a consumare il pasto con loro. È per me un momento importante mangiare insieme allo stesso tavolo, vuol dire incontrarsi, avere un dialogo, imparare a conoscersi ed arricchirsi vicendevolmente, vuol dire soprattutto donarsi gli uni agli altri. Oggi purtroppo, non c’è più spazio per questi valori che ci permettono di affrontare con più serenità e coraggio i grandi problemi che ogni giorno ci assillano. Sono piccoli spazi, assolutamente indispensabili alla vita dell’uomo. Incontrarsi, dialogare, conoscersi, compatirsi, soffrire insieme, donarsi, sono tutti valori che non trovano più posto non solo nella vita della società, ma soprattutto nella vita di tante famiglie».
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, ne sono trascorsi trentasei, la Chiesa di San Leonardo e l’attiguo monastero sono rinati. Il «muratore di Dio» ha realizzato il suo sogno e raggiunto il suo obbiettivo, farli diventare un centro per la cura dello spirito.
E a chi gli chiede come sia riuscito in un’ impresa così mirabolante, risponde: «Questa domanda non dovete rivolgerla a me. Dovete farla al Padreterno. Forse Qualcuno, in questo sperduto angolo dei Sibillini, aveva un progetto di salvezza. Un luogo di povertà e di fede. Se no non si spiega come io, senza una lira, abbia potuto portare avanti il lavoro».
«Tutti quelli che giungono fin quassù – aggiunge – possono leggere nella mia opera l’estrema povertà in cui è nata e la grande fede con cui si è sviluppata. Il mio lavoro non ha conosciuto limiti di tempo, iniziava prima dell’alba e andava avanti fino a sera inoltrata, si svolgeva in condizioni proibitive e spesso disumane, sfidando la pioggia, il freddo, la neve, il caldo, la stanchezza. Quando mi domandano “Hai fatto tutto da solo?” rispondo: “No, siamo stati in due: lui impresario ed io operaio”. Forse, dopo avere lavorato tanto alle sue dipendenze, sono stato promosso capomastro, ma sono pur sempre soltanto uno strumento nelle sue mani».

Sopra il portale della chiesa ricostruita, padre Pietro ha scritto «Per crucem ad lucem». E sono ormai centinaia coloro che salgono sull’altopiano dei monti Sibillini per trovare nella Croce del Cristo un sollievo alle proprie sofferenze.
Dice il cappuccino senza età («Me la sono dimenticata» confessa con allegria): «Attraverso il mistero della sua Croce, Gesù dona senso al dolore. Caricandosi della propria croce quotidiana, abbracciando tutte le situazioni che la vita presenta, tutte le sofferenze del corpo e dello spirito, l’uomo comincia a capire che il dolore può diventare un fermento che trasfigura la vita».
Si ferma un attimo, meditando, poi continua: «Questa verità la maggior parte degli uomini non riesce ad accettarla, tutto oggi in noi si ribella contro il dolore e la sofferenza. La scienza, il progresso, il potere, promettono agli uomini un paradiso artificiale dove non c’è posto per il dolore, e quando esso arriva, inevitabile, nella nostra vita, non siamo in grado di affrontarlo. Per questo molta gente che soffre, affronta il sentiero che porta alla chiesa di San Leonardo, per trovare conforto ai piedi del Crocifisso. I momenti più belli della mia vita sono stati quelli in cui mi sono trovato vicino a chi soffre».
E aggiunge: «Ho cercato di costruire e di regalare al Signore un castello, ora tocca a Lui abitare il suo silenzio».


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