JACOPONE, GIULLARE DI DIO
La passione spirituale, la lotta interiore, il rifiuto del mondo.
Tutto questo era Benedetto da Todi, passato alla storia come Jacopone,
morto seicento anni or sono, nella notte di Natale del 1306. La sua
figura spirituale e letteraria ha attraversato i secoli creando leggende
agiografiche che sottolineano la sua dedizione totale al Cristo povero
e umile. Tutto, forse, cominciò a causa di un cilicio…
di Vittore Boccardi
Aun chilometro circa da Collazzone, un pugno di case circondato
da olivi e boschi di querce e di pini, in una modesto convento addossato
alla chiesa di San Lorenzo dove abitavano pochi frati minori destinati
alle cure del luogo e alla vita spirituale del vicino monastero di
Clarisse, la notte di Natale del 1306, mentre le campanelle ricordavano
ai casolari sparsi nel buio glaciale la nascita del Redentore, moriva
fra Jacopone da Todi.
Il figlio dell’antica Tudertum, prima etrusca e poi romana,
torna alla ribalta in questi giorni per la celebrazione dei settimo
centenario della sua morte.
Oggi, chi scende le ripide scalette che portano alla cripta di San
Fortunato – la grande chiesa che sorge sul colle di Todi – dietro
l’urna sepolcrale barocca che contiene le reliquie dei santi
protettori della città, può scorgere un piccolo monumento
a parete. Una lapide ricorda che nel 1596 l’illustre vescovo
Cesi, vi fece collocare le ossa di fra Jacopone sino a quel tempo
custodite nella sagrestia. Il marmo è sormontato da un quadretto
ovale che copia il ritratto del frate rinvenuto nell’antica
cassa della sua sepoltura.
La tomba modesta ricorda una delle personalità più vigorose
e romanzesche del Duecento italiano, un uomo segnato da amori, morti,
rivelazioni, conversioni, viaggi, sventure e carceri meritate per
la sua accanita opposizione a papa Bonifacio VIII. E, insieme, un
grande poeta “popolare”.
«O Segnor, per cortesia, / manname la malsania. / A me la freve
quartana, / la contina e la terzana, / la doppia cotidiana / co la
granne etropesia… Gelo, granden, tempestate, / fulgur,
troni, oscuritate, / e non sia nulla avversitate / che me non aia
en sua bailia».
Le parole vengono da lontananze secolari e non si possono leggere
se nella testa o nel cuore non c’è la musica del dialetto
umbro, i colori delle colline aspre e dolci che accompagnano il Tevere,
la musica del sole che disegna le tessiture dei muri medievali di
Todi; le unghie del gelido vento d’inverno che percorre i vicoli
di pietra, il silenzio degli slarghi che vanno su fino alla piazza
circondata dalle facciate turrite di palazzi e chiese.

I palazzi medievali che fronteggiano la cattedrale in Piazza
del Popolo a Todi.
TUTTO NASCE DA UN CILICIO
Il ricordo di Jacopo de’ Benedetti, chiamato Jacopone per
la sua alta statura, il «viso longo» e il naso aquilino, è affidato
più all’agiografia celebrativa che alla storia, visto
che sono solo due i documenti sicuri in cui compare il suo nome.
Il primo è il ben noto Manifesto di
Lunghezza, un atto pubblico
del 10 maggio 1297 sottoscritto anche dal Nostro, con il quale i
la famiglia romana dei Colonna denunciava l’illegittimità del
pontificato di Bonifacio VIII.
Il secondo documento, posto in luce solo di recente, è il
Memoriale Comunis, un patto intercomunale tra Todi e Spoleto, stipulato
il 3 ottobre 1259 in cui, tra i consiglieri del Comune di Todi, figura
un «Iacobus Benedictoli de Regione Sancti Silvestri».
Questa semplice menzione fa cadere le storie fantastiche costruite
intorno alla nobiltà della famiglia di Jacopone, ai suoi studi
in legge presso l’Università di Bologna, al suo matrimonio
con Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo. Perché?
Ma perché nel Memoriale Comunis non c’è alcun
titolo che faccia pensare, come per altri sottoscrittori, ad un’appartenenza
alla nobiltà ufficiale; né si trova accanto al nome
del Nostro la qualifica di notarius, come invece è dato vedere
accanto ad altri nomi della lista. Resta dunque solo la notizia della
Leggenda tobleriana, la più antica, che ricorda come Jacopone
si era indirizzato «all’arte della procura». E
procurator, nel Medioevo, era solo una specie di «praticone
delle cause».
Più che scapestrato uomo di mondo, come amano descriverlo
le leggende tradizionali, conviene pensare che Jacopone, prima della
sua conversione, fosse occupato nel mestiere di procuratore legale
oltre che nella poesia. Nelle sue Laude, infatti, non mancano accenni
di quella poesia “cortese” che, con i trovatori, correva
per le vene d’Europa.
In quanto alle circostanze della conversione si può solo supporre
che il tuderte abbia deciso di cambiar vita dopo la morte della moglie.
La leggenda – non risponderà totalmente a verità ma… come
farne a meno? – assicura che il cambiamento radicale nella
sua vita sarebbe nato da un cilicio. Un cilicio che Jacopo avrebbe
trovato sotto le vesti della giovane moglie morta durante una festa
per il crollo accidentale di un pavimento.
Nella vita del beato pubblicata dal Possevino alla fine del Cinquecento,
si assicura che «…vedendo un tale esempio, sentì una
grandissima compunzione e una nuova cognizione di se stesso, e della
propria miseria. Onde ritornando come in se medesimo, e ripensando
con dolore e amaritudine dell’anima sua tant’anni passati,
tanto malamente impiegati; considerando anco il grande pericolo nel
quale fin’ a quel tempo aveva sempre vissuto; deliberò di
cominciare una nuova fonte di vita, e sì come fin’ allora
era vissuto tutto al mondo; così per l’avvenire dedicarse,
e tutta la vita sua a Cristo benedetto solamente».
Le biografie medievali insistono soprattutto, ricalcando archetipi
francescani, sulla differenza fra la vita dissoluta e godereccia
di Jacopone prima della conversione del 1268, e la nuova vita penitente.
La conversione avvenne in una società percorsa da nuovi fermenti
religiosi: in questo contesto si può capire come la perdita
di una persona cara possa aver spinto un uomo che aveva superato
i trent’anni a ripensare totalmente il proprio mondo.

Il monumento a Jacopone.
«SON NUDE LE VERTUDE E LE VIZIA SON VESTUTE …»
Jacopone abbandonò beni, abitudini e convinzioni, per iniziare
la vita del bizoco, cioè del penitente laico. Un povero saio
grigio, umiltà assoluta, mortificazione di sé, segnarono
la sua nuova vita. Jacopone vagò per 10 anni per i vicoli
e le strade di Todi con clamorose manifestazioni di penitenza che
lo fecero passare per folle.
Là sotto i portici di pietra dei palazzi del Popolo e del
Capitano, dove fiorivano artigiani e commercianti e si affermavano
le nuove corporazioni che arricchivano la città, la figura
smagrita di Jacopone ripeteva come un ritornello: «Povertate è nulla
avere / e nulla cosa poi volere; / et omne cosa possedere, / en spirito
de libertate».
Nella città, per le botteghe e il mercato, non si parlava
d’altro che di lui e delle sue pazzie e tutti ne ridevano.
I suoi parenti cercarono più volte, senza riuscirci, di fargli
cambiar pensiero.
Durante una festa pubblica, alla quale era concorso quasi tutto il
popolo della città, ricorda la gustosa prosa cinquecentesca
del Possevino, «egli si spogliò ignudo, coprendosi solo
le vergogne con uno straccio di tela e si pose in spalla un basto
da asino, mettendosi in bocca quel legno, che suole stare sotto la
coda, nominato lo straccale. E caminando con le mani per terra e
coi piedi, come appunto sogliono andare le bestie, comparve in tal
abito e maniera su la festa, alla presenza di tutti quei cittadini.
Mise questo fatto tanto terrore a tutte quelle brigate, che subito
fu dimessa la festa, perché si mossero non a riso, ma a compassione,
mentre consideravano a che stato s’era ridotto un uomo sì nobile
e stimato prima nella città loro».
Un’altra volta, per sottolineare, come scriverà più tardi,
che «son nude le vertude e le vizia son vestute», nel
bello delle nozze di un suo fratello, mentre si stava suonando e
ballando, «Jacopo ignudo tutto unto di pece, cacciatosi in
un letto di piume di più colori, le quali gli si attaccarono
per tutto il corpo, entrò nel mezzo del ballo, per onorar
in questo modo la sua famiglia». Si capisce bene perché «anche
li putti gli facevano mille burle».
A Jacopone non era venuta meno, tuttavia, la parola forte e la risposta
arguta che innescava riflessioni spirituali profonde. Un cittadino
che aveva comprato dei capponi al mercato e voleva mandarli a casa,
li affidò a Jacopone raccomandandogli: «Pigliali ma
guarda di non fare delle tue; portali a casa mia, sta in cervello
e non mi far qualche burla»
Presi i capponi, egli entrò nella chiesa di San Fortunato
(che a quel tempo non era il grande monumento gotico che si conosce
oggi ma solo una chiesetta annessa ad un convento benedettino) nella
quale quel cittadino aveva la tomba, alzò il coperchio della
sepoltura e vi pose dentro i capponi.
Il cittadino, dopo essere tornato a casa, poiché nessuno sapeva
dei capponi, si riavviò verso la piazza e incontratosi con
Jacopone gli chiese conto dei pennuti che gli aveva consegnato
«Li ho portati a casa tua».
«Vengo adesso da casa ma nessuno ti ha visto»!
«Di grazia vieni con me e ti mostrerò che t’ho
detto la verità».
Jacopone condusse il cittadino nella chiesa di San Fortunato e, alzando
la pietra ch’era sopra la bocca della sepoltura, gli disse: «Amico
non è questa la tua casa? Non sono questi i tuoi capponi?
E dunque, perché ti lamenti?».
Il pover’uomo riprese i suoi capponi e se ne tornò a
casa tutto spaventato ma certo toccato dal salutare pensiero.
Nel 1278, dopo circa dieci anni di libera penitenza, Jacopone entrò nell’ordine
francescano, a quel tempo squassato dalla “questione della
povertà” con lo scontro tra i conventuali – che
avevano accettato i compromessi imposti dalla nuova identità del
movimento – e gli Spirituali fautori di un ritorno allo spirito
della povertà assoluta. Nell’acuirsi della disputa Jacopone,
assertore intransigente della povertà assoluta, si schierò dalla
parte degli Spirituali.
«QUE FARAI, PIER DA MORRONE?»
E quando i loro capi, fra cui Angelo Clareno, chiesero all’eremita
molisano frate Pietro da Morrone, eletto papa il 5 luglio 1294 con
il nome di Celestino V, di poter formare un gruppo autonomo, il poeta
di Todi fu tra coloro che appoggiarono la richiesta. Nacquero così i
Poveri Eremiti di Messer Celestino che avranno vita breve.
Ciò non significa che Jacopone ritenesse Celestino V capace
di governare la Chiesa e di venire incontro alle pressanti aspettative
di rinnovamento religioso in quello scorcio del secolo XIII. In una
delle sue laude (Que farai, Pier da Morrone…), il poeta sembra
nutrire seri dubbi sul fatto che il nuovo papa, esperto solo di vita
solitaria e contemplativa, possa diventare anche un vero pastore
universale e uomo di governo accorto ed energico.
Ben presto, infatti, Celestino si rivelò una grande delusione:
inadeguato al ruolo rinunciò al pontificato, a soli cinque
mesi dall’elezione. In alcuni ambienti degli Spirituali e nella
storiografia successiva, si diffuse la leggenda di un complotto contro
il «papa angelico», che sarebbe stato forzato all’abdicazione
e al silenzio.
Il suo successore Bonifacio VIII sembrò confermare queste
ipotesi quando rinchiuse Celestino nel castello di Fumone in Ciociaria
al fine di bloccarlo per sempre. Ma, probabilmente, l’inesperienza
e le difficoltà incontrate da Celestino furono l’unica
giustificazione della rinuncia al pontificato e del suo rapido dileguarsi
dalla scena italiana.
Benedetto Caetani, eletto pochi giorni dopo la rinuncia di Celestino
con il nome di Bonifacio VIII, suscitò subito l’antipatia
degli Spirituali francescani, tanto che Jacopone scrisse, nell’occasione: «O
papa Bonifazio, / molt’hai iocato al mondo: / pensome che giocondo
/ non te porrai partire... Lucifero novello / a ssedere en papato,
/ lengua de blasfemìa, / ch’el mondo ài ‘nvenenato...».
Le aspre contestazioni rivolte a papa Caetani da Jacopone hanno,
forse, radici lontane. Pare, grazie agli studi storici, che Benedetto
Caetani, avesse vissuto a lungo a Todi con lo zio Pietro, che ne
era vescovo. Jacopo e Benedetto, quindi, dovevano conoscersi. Mentre
Benedetto, giovane canonico nipote del vescovo, risiedeva in Todi,
Jacopone, sedeva nel consiglio della città e si stava affermando
come uomo di legge.
Questa coincidenza in Todi tra il futuro frate e il futuro papa ha
creato anche una serie di leggende locali secondo le quali, durante
una delle numerose liti e sassaiole tra giovani ghibellini e guelfi,
Benedetto sarebbe stato ferito alla testa, mentre nel gruppo avversario
figurava proprio l’intransigente e violento Jacopone.

Il panorama della campagna intorno alla cittadina umbra.
«FUSTI AL MONTE PELESTRINA…»
Bonifacio VIII, con le sue decisioni radicalmente opposte a quelle
del predecessore Celestino (nel 1295 aveva cancellato i Poveri
Eremiti di Messer Celestino e condannava forme religiose come quelle dei
bizochi), si attirò l’odio di tutti gli ambienti vicini
allo spiritualismo e alle istanze di una riforma nella Chiesa.
Così, quando la disputa tra il papa e la potente famiglia
dei Colonna si trasformò in contrapposizione definitiva e
in ostilità aperta, gli Spirituali francescani si riunirono
con i nobili romani nel castello di Lunghezza, vicino a Palestrina,
e insieme dichiararono l’illegittimità della nomina
papale di Bonifacio.
Il testo firmato dalla famiglia romana ebbe così l’appoggio
di una parte dell’ordine francescano. Il testo, passato alla
storia come il Manifesto di Lunghezza, tra i firmatari contò anche
Jacopone da Todi («religiosis viris fratre Iacobo Benedicti
de Tuderro»), probabilmente fin dall’inizio uno tra i
più intransigenti e attivi personaggi nel movimento contro
Bonifacio VIII e la dilagante corruzione della Chiesa.
La reazione di Bonifacio non si fece attendere: scomunica per i Colonna
e i loro sostenitori, e l’assedio alla loro sede di Palestrina.
Inoltre, come se non bastasse, il papa promosse una crociata contro
la potente famiglia romana.
In questi frangenti, Jacopone si trovava a Palestrina, prima scomunicato
insieme agli altri, poi messo a dura prova dall’assedio: «Fusti
al monte Pelestrina anno e mezzo en desciplina…» ricorderà in
una laude definendo rapidamente i mesi di sofferenza e preoccupazioni,
durante i quali compose alcune delle più violente invettive
contro il “papa diabolico” che si era impadronito del
vertice della Chiesa.
Quando, nel settembre del 1298, la cittadina capitolò, Jacopone
fu incarcerato e condannato a una prigionia perpetua, forse proprio
nel convento di San Fortunato a Todi.
La prigionia forzata era ben tollerata da Jacopone: i frugali pasti
a base di pane e cipolla, il freddo umido, l’isolamento totale
dal resto del mondo non potevano molto su un uomo provato da trent’anni
di amare privazioni.
Ma l’avanzare dell’età iniziò presto a
pesare su Jacopone, così come la prospettiva di una prigionia
senza fine e la lontananza dalla comunità cristiana. Così,
pur senza mutare idea, Jacopone si appellò a Bonifacio per
lo scioglimento della scomunica.
Era il grande giubileo del 1300, ma la “grande perdonanza” che
Bonifacio elargì, non arrivò nella cella dove Jacopone
languiva, in preda a patimenti e malattie.
Solo nel 1303 – morto ormai Bonifacio VIII e sepolto nella
tomba scolpita da Arnolfo di Cambio – per intervento del nuovo
papa Benedetto XI, Jacopone poté uscire dalla prigione. Aveva
ormai settant’anni e, nel convento francescano di San Lorenzo
a Collazzone che fu ultima sua dimora, creò le sue grandi
laude mistiche.

San Fortunato, la chiesa dove è sepolto Jacopone.
Secondo la leggenda, l’episodio finale della sua esistenza è legato
alla visita di Giovanni da Verna. L’anziano Jacopone, gravemente
ammalato, sulla soglia della morte, avrebbe rifiutato i sacramenti
che di solito ogni moribondo riceve, dicendo che li avrebbe avuti
solo dal carissimo amico Giovanni della Verna.
La situazione era preoccupante perché Jacopone non si lasciava
smuovere dai frati che lo assistevano, pur essendo l’amico
molto distante ed ignaro di tutto. Ma all’improvviso, nella
pianura sottostante Collazzone, comparve la figura di Giovanni, avvisato
da Dio. E Jacopone chiuse gli occhi per sempre, non tanto perché le
forze gli vennero meno ma come soffocato dall’eccesso d’amore: «Gesù,
speranza mia, abissame en amore».
O forse, semplicemente, si limitò a sussurrare, nel passaggio
verso la visione, le invocazioni che aveva messo in bocca alla Vergine: «Figlio
bianco e vermiglio, / figlio senza simiglio… Figlio bianco
e biondo, / figlio volto iocondo…».