n°1 Gennaio 2007 - ARTICOLI
 

JACOPONE, GIULLARE DI DIO

La passione spirituale, la lotta interiore, il rifiuto del mondo. Tutto questo era Benedetto da Todi, passato alla storia come Jacopone, morto seicento anni or sono, nella notte di Natale del 1306. La sua figura spirituale e letteraria ha attraversato i secoli creando leggende agiografiche che sottolineano la sua dedizione totale al Cristo povero e umile. Tutto, forse, cominciò a causa di un cilicio…

di Vittore Boccardi

Aun chilometro circa da Collazzone, un pugno di case circondato da olivi e boschi di querce e di pini, in una modesto convento addossato alla chiesa di San Lorenzo dove abitavano pochi frati minori destinati alle cure del luogo e alla vita spirituale del vicino monastero di Clarisse, la notte di Natale del 1306, mentre le campanelle ricordavano ai casolari sparsi nel buio glaciale la nascita del Redentore, moriva fra Jacopone da Todi.
Il figlio dell’antica Tudertum, prima etrusca e poi romana, torna alla ribalta in questi giorni per la celebrazione dei settimo centenario della sua morte.
Oggi, chi scende le ripide scalette che portano alla cripta di San Fortunato – la grande chiesa che sorge sul colle di Todi – dietro l’urna sepolcrale barocca che contiene le reliquie dei santi protettori della città, può scorgere un piccolo monumento a parete. Una lapide ricorda che nel 1596 l’illustre vescovo Cesi, vi fece collocare le ossa di fra Jacopone sino a quel tempo custodite nella sagrestia. Il marmo è sormontato da un quadretto ovale che copia il ritratto del frate rinvenuto nell’antica cassa della sua sepoltura.
La tomba modesta ricorda una delle personalità più vigorose e romanzesche del Duecento italiano, un uomo segnato da amori, morti, rivelazioni, conversioni, viaggi, sventure e carceri meritate per la sua accanita opposizione a papa Bonifacio VIII. E, insieme, un grande poeta “popolare”.
«O Segnor, per cortesia, / manname la malsania. / A me la freve quartana, / la contina e la terzana, / la doppia cotidiana / co la granne etropesia… Gelo, granden, tempestate, / fulgur, troni, oscuritate, / e non sia nulla avversitate / che me non aia en sua bailia».
Le parole vengono da lontananze secolari e non si possono leggere se nella testa o nel cuore non c’è la musica del dialetto umbro, i colori delle colline aspre e dolci che accompagnano il Tevere, la musica del sole che disegna le tessiture dei muri medievali di Todi; le unghie del gelido vento d’inverno che percorre i vicoli di pietra, il silenzio degli slarghi che vanno su fino alla piazza circondata dalle facciate turrite di palazzi e chiese.


I palazzi medievali che fronteggiano la cattedrale in Piazza del Popolo a Todi.

 

TUTTO NASCE DA UN CILICIO

Il ricordo di Jacopo de’ Benedetti, chiamato Jacopone per la sua alta statura, il «viso longo» e il naso aquilino, è affidato più all’agiografia celebrativa che alla storia, visto che sono solo due i documenti sicuri in cui compare il suo nome.
Il primo è il ben noto Manifesto di Lunghezza, un atto pubblico del 10 maggio 1297 sottoscritto anche dal Nostro, con il quale i la famiglia romana dei Colonna denunciava l’illegittimità del pontificato di Bonifacio VIII.
Il secondo documento, posto in luce solo di recente, è il Memoriale Comunis, un patto intercomunale tra Todi e Spoleto, stipulato il 3 ottobre 1259 in cui, tra i consiglieri del Comune di Todi, figura un «Iacobus Benedictoli de Regione Sancti Silvestri».
Questa semplice menzione fa cadere le storie fantastiche costruite intorno alla nobiltà della famiglia di Jacopone, ai suoi studi in legge presso l’Università di Bologna, al suo matrimonio con Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo. Perché?
Ma perché nel Memoriale Comunis non c’è alcun titolo che faccia pensare, come per altri sottoscrittori, ad un’appartenenza alla nobiltà ufficiale; né si trova accanto al nome del Nostro la qualifica di notarius, come invece è dato vedere accanto ad altri nomi della lista. Resta dunque solo la notizia della Leggenda tobleriana, la più antica, che ricorda come Jacopone si era indirizzato «all’arte della procura». E procurator, nel Medioevo, era solo una specie di «praticone delle cause».
Più che scapestrato uomo di mondo, come amano descriverlo le leggende tradizionali, conviene pensare che Jacopone, prima della sua conversione, fosse occupato nel mestiere di procuratore legale oltre che nella poesia. Nelle sue Laude, infatti, non mancano accenni di quella poesia “cortese” che, con i trovatori, correva per le vene d’Europa.
In quanto alle circostanze della conversione si può solo supporre che il tuderte abbia deciso di cambiar vita dopo la morte della moglie.
La leggenda – non risponderà totalmente a verità ma… come farne a meno? – assicura che il cambiamento radicale nella sua vita sarebbe nato da un cilicio. Un cilicio che Jacopo avrebbe trovato sotto le vesti della giovane moglie morta durante una festa per il crollo accidentale di un pavimento.
Nella vita del beato pubblicata dal Possevino alla fine del Cinquecento, si assicura che «…vedendo un tale esempio, sentì una grandissima compunzione e una nuova cognizione di se stesso, e della propria miseria. Onde ritornando come in se medesimo, e ripensando con dolore e amaritudine dell’anima sua tant’anni passati, tanto malamente impiegati; considerando anco il grande pericolo nel quale fin’ a quel tempo aveva sempre vissuto; deliberò di cominciare una nuova fonte di vita, e sì come fin’ allora era vissuto tutto al mondo; così per l’avvenire dedicarse, e tutta la vita sua a Cristo benedetto solamente».
Le biografie medievali insistono soprattutto, ricalcando archetipi francescani, sulla differenza fra la vita dissoluta e godereccia di Jacopone prima della conversione del 1268, e la nuova vita penitente. La conversione avvenne in una società percorsa da nuovi fermenti religiosi: in questo contesto si può capire come la perdita di una persona cara possa aver spinto un uomo che aveva superato i trent’anni a ripensare totalmente il proprio mondo.


Il monumento a Jacopone.

«SON NUDE LE VERTUDE E LE VIZIA SON VESTUTE …»

Jacopone abbandonò beni, abitudini e convinzioni, per iniziare la vita del bizoco, cioè del penitente laico. Un povero saio grigio, umiltà assoluta, mortificazione di sé, segnarono la sua nuova vita. Jacopone vagò per 10 anni per i vicoli e le strade di Todi con clamorose manifestazioni di penitenza che lo fecero passare per folle.
Là sotto i portici di pietra dei palazzi del Popolo e del Capitano, dove fiorivano artigiani e commercianti e si affermavano le nuove corporazioni che arricchivano la città, la figura smagrita di Jacopone ripeteva come un ritornello: «Povertate è nulla avere / e nulla cosa poi volere; / et omne cosa possedere, / en spirito de libertate».
Nella città, per le botteghe e il mercato, non si parlava d’altro che di lui e delle sue pazzie e tutti ne ridevano. I suoi parenti cercarono più volte, senza riuscirci, di fargli cambiar pensiero.
Durante una festa pubblica, alla quale era concorso quasi tutto il popolo della città, ricorda la gustosa prosa cinquecentesca del Possevino, «egli si spogliò ignudo, coprendosi solo le vergogne con uno straccio di tela e si pose in spalla un basto da asino, mettendosi in bocca quel legno, che suole stare sotto la coda, nominato lo straccale. E caminando con le mani per terra e coi piedi, come appunto sogliono andare le bestie, comparve in tal abito e maniera su la festa, alla presenza di tutti quei cittadini. Mise questo fatto tanto terrore a tutte quelle brigate, che subito fu dimessa la festa, perché si mossero non a riso, ma a compassione, mentre consideravano a che stato s’era ridotto un uomo sì nobile e stimato prima nella città loro».
Un’altra volta, per sottolineare, come scriverà più tardi, che «son nude le vertude e le vizia son vestute», nel bello delle nozze di un suo fratello, mentre si stava suonando e ballando, «Jacopo ignudo tutto unto di pece, cacciatosi in un letto di piume di più colori, le quali gli si attaccarono per tutto il corpo, entrò nel mezzo del ballo, per onorar in questo modo la sua famiglia». Si capisce bene perché «anche li putti gli facevano mille burle».
A Jacopone non era venuta meno, tuttavia, la parola forte e la risposta arguta che innescava riflessioni spirituali profonde. Un cittadino che aveva comprato dei capponi al mercato e voleva mandarli a casa, li affidò a Jacopone raccomandandogli: «Pigliali ma guarda di non fare delle tue; portali a casa mia, sta in cervello e non mi far qualche burla»
Presi i capponi, egli entrò nella chiesa di San Fortunato (che a quel tempo non era il grande monumento gotico che si conosce oggi ma solo una chiesetta annessa ad un convento benedettino) nella quale quel cittadino aveva la tomba, alzò il coperchio della sepoltura e vi pose dentro i capponi.
Il cittadino, dopo essere tornato a casa, poiché nessuno sapeva dei capponi, si riavviò verso la piazza e incontratosi con Jacopone gli chiese conto dei pennuti che gli aveva consegnato
«Li ho portati a casa tua».
«Vengo adesso da casa ma nessuno ti ha visto»!
«Di grazia vieni con me e ti mostrerò che t’ho detto la verità».
Jacopone condusse il cittadino nella chiesa di San Fortunato e, alzando la pietra ch’era sopra la bocca della sepoltura, gli disse: «Amico non è questa la tua casa? Non sono questi i tuoi capponi? E dunque, perché ti lamenti?».
Il pover’uomo riprese i suoi capponi e se ne tornò a casa tutto spaventato ma certo toccato dal salutare pensiero.
Nel 1278, dopo circa dieci anni di libera penitenza, Jacopone entrò nell’ordine francescano, a quel tempo squassato dalla “questione della povertà” con lo scontro tra i conventuali – che avevano accettato i compromessi imposti dalla nuova identità del movimento – e gli Spirituali fautori di un ritorno allo spirito della povertà assoluta. Nell’acuirsi della disputa Jacopone, assertore intransigente della povertà assoluta, si schierò dalla parte degli Spirituali.

«QUE FARAI, PIER DA MORRONE?»

E quando i loro capi, fra cui Angelo Clareno, chiesero all’eremita molisano frate Pietro da Morrone, eletto papa il 5 luglio 1294 con il nome di Celestino V, di poter formare un gruppo autonomo, il poeta di Todi fu tra coloro che appoggiarono la richiesta. Nacquero così i Poveri Eremiti di Messer Celestino che avranno vita breve.
Ciò non significa che Jacopone ritenesse Celestino V capace di governare la Chiesa e di venire incontro alle pressanti aspettative di rinnovamento religioso in quello scorcio del secolo XIII. In una delle sue laude (Que farai, Pier da Morrone…), il poeta sembra nutrire seri dubbi sul fatto che il nuovo papa, esperto solo di vita solitaria e contemplativa, possa diventare anche un vero pastore universale e uomo di governo accorto ed energico.
Ben presto, infatti, Celestino si rivelò una grande delusione: inadeguato al ruolo rinunciò al pontificato, a soli cinque mesi dall’elezione. In alcuni ambienti degli Spirituali e nella storiografia successiva, si diffuse la leggenda di un complotto contro il «papa angelico», che sarebbe stato forzato all’abdicazione e al silenzio.
Il suo successore Bonifacio VIII sembrò confermare queste ipotesi quando rinchiuse Celestino nel castello di Fumone in Ciociaria al fine di bloccarlo per sempre. Ma, probabilmente, l’inesperienza e le difficoltà incontrate da Celestino furono l’unica giustificazione della rinuncia al pontificato e del suo rapido dileguarsi dalla scena italiana.
Benedetto Caetani, eletto pochi giorni dopo la rinuncia di Celestino con il nome di Bonifacio VIII, suscitò subito l’antipatia degli Spirituali francescani, tanto che Jacopone scrisse, nell’occasione: «O papa Bonifazio, / molt’hai iocato al mondo: / pensome che giocondo / non te porrai partire... Lucifero novello / a ssedere en papato, / lengua de blasfemìa, / ch’el mondo ài ‘nvenenato...».
Le aspre contestazioni rivolte a papa Caetani da Jacopone hanno, forse, radici lontane. Pare, grazie agli studi storici, che Benedetto Caetani, avesse vissuto a lungo a Todi con lo zio Pietro, che ne era vescovo. Jacopo e Benedetto, quindi, dovevano conoscersi. Mentre Benedetto, giovane canonico nipote del vescovo, risiedeva in Todi, Jacopone, sedeva nel consiglio della città e si stava affermando come uomo di legge.
Questa coincidenza in Todi tra il futuro frate e il futuro papa ha creato anche una serie di leggende locali secondo le quali, durante una delle numerose liti e sassaiole tra giovani ghibellini e guelfi, Benedetto sarebbe stato ferito alla testa, mentre nel gruppo avversario figurava proprio l’intransigente e violento Jacopone.


Il panorama della campagna intorno alla cittadina umbra.

«FUSTI AL MONTE PELESTRINA…»

Bonifacio VIII, con le sue decisioni radicalmente opposte a quelle del predecessore Celestino (nel 1295 aveva cancellato i Poveri Eremiti di Messer Celestino e condannava forme religiose come quelle dei bizochi), si attirò l’odio di tutti gli ambienti vicini allo spiritualismo e alle istanze di una riforma nella Chiesa.
Così, quando la disputa tra il papa e la potente famiglia dei Colonna si trasformò in contrapposizione definitiva e in ostilità aperta, gli Spirituali francescani si riunirono con i nobili romani nel castello di Lunghezza, vicino a Palestrina, e insieme dichiararono l’illegittimità della nomina papale di Bonifacio.
Il testo firmato dalla famiglia romana ebbe così l’appoggio di una parte dell’ordine francescano. Il testo, passato alla storia come il Manifesto di Lunghezza, tra i firmatari contò anche Jacopone da Todi («religiosis viris fratre Iacobo Benedicti de Tuderro»), probabilmente fin dall’inizio uno tra i più intransigenti e attivi personaggi nel movimento contro Bonifacio VIII e la dilagante corruzione della Chiesa.
La reazione di Bonifacio non si fece attendere: scomunica per i Colonna e i loro sostenitori, e l’assedio alla loro sede di Palestrina. Inoltre, come se non bastasse, il papa promosse una crociata contro la potente famiglia romana.
In questi frangenti, Jacopone si trovava a Palestrina, prima scomunicato insieme agli altri, poi messo a dura prova dall’assedio: «Fusti al monte Pelestrina anno e mezzo en desciplina…» ricorderà in una laude definendo rapidamente i mesi di sofferenza e preoccupazioni, durante i quali compose alcune delle più violente invettive contro il “papa diabolico” che si era impadronito del vertice della Chiesa.
Quando, nel settembre del 1298, la cittadina capitolò, Jacopone fu incarcerato e condannato a una prigionia perpetua, forse proprio nel convento di San Fortunato a Todi.
La prigionia forzata era ben tollerata da Jacopone: i frugali pasti a base di pane e cipolla, il freddo umido, l’isolamento totale dal resto del mondo non potevano molto su un uomo provato da trent’anni di amare privazioni.
Ma l’avanzare dell’età iniziò presto a pesare su Jacopone, così come la prospettiva di una prigionia senza fine e la lontananza dalla comunità cristiana. Così, pur senza mutare idea, Jacopone si appellò a Bonifacio per lo scioglimento della scomunica.
Era il grande giubileo del 1300, ma la “grande perdonanza” che Bonifacio elargì, non arrivò nella cella dove Jacopone languiva, in preda a patimenti e malattie.
Solo nel 1303 – morto ormai Bonifacio VIII e sepolto nella tomba scolpita da Arnolfo di Cambio – per intervento del nuovo papa Benedetto XI, Jacopone poté uscire dalla prigione. Aveva ormai settant’anni e, nel convento francescano di San Lorenzo a Collazzone che fu ultima sua dimora, creò le sue grandi laude mistiche.


San Fortunato, la chiesa dove è sepolto Jacopone.

Secondo la leggenda, l’episodio finale della sua esistenza è legato alla visita di Giovanni da Verna. L’anziano Jacopone, gravemente ammalato, sulla soglia della morte, avrebbe rifiutato i sacramenti che di solito ogni moribondo riceve, dicendo che li avrebbe avuti solo dal carissimo amico Giovanni della Verna.
La situazione era preoccupante perché Jacopone non si lasciava smuovere dai frati che lo assistevano, pur essendo l’amico molto distante ed ignaro di tutto. Ma all’improvviso, nella pianura sottostante Collazzone, comparve la figura di Giovanni, avvisato da Dio. E Jacopone chiuse gli occhi per sempre, non tanto perché le forze gli vennero meno ma come soffocato dall’eccesso d’amore: «Gesù, speranza mia, abissame en amore».
O forse, semplicemente, si limitò a sussurrare, nel passaggio verso la visione, le invocazioni che aveva messo in bocca alla Vergine: «Figlio bianco e vermiglio, / figlio senza simiglio… Figlio bianco e biondo, / figlio volto iocondo…».